Chiunque sia stato a Venezia e abbia visitato Palazzo Venier
dei Leoni avrà potuto godere delle meraviglie di quella
casa-museo appartenuta a Peggy Guggenheim. Una donna davvero
fuori dal comune che dedicò tutta la vita all’arte e agli
artisti, tanto da essere considerata una vera e propria
mecenate. Viaggiò per tutta la vita con l’intuito di chi
sapeva scoprire, incoraggiare e valorizzare il talento di
artisti appartenenti alle più diverse correnti artistiche
che, nel secolo scorso, si andavano pian piano affermando.
Nel 1948 espose la sua già ricca collezione alla Biennale di
Venezia e l’amore per quella città la portò a decidere di
trasferirvisi definitivamente, reputandola in assoluto la
più bella città del mondo. A Venezia Peggy Guggenheim
acquistò Palazzo Venier dei Leoni, stupenda residenza su
Canal Grande, creando quello spettacolare connubio tra
l’architettura del palazzo e la dirompente vitalità dei
dipinti e delle sculture della sua collezione. Così, chi va
a Venezia non può che rimanere a bocca aperta in quella
casa-museo dove sono concentrate opere di artisti di
importanza internazionale come Picasso, Duchamp, Brancusi,
Severini, Balla, Mondrian, Kandinsky, Arp, Mirò, Giacometti,
Ernst (marito di Peggy Guggenheim) e, ancora, Renè Magritte,
Pollock, Dalì, de Chirico, Marino Marini. Tra gli altri
anche Calder, che per il letto di Peggy realizzò
un’incredibile testiera in argento di cui lei andava
particolarmente fiera, visto che poteva ben dire di essere
l’unica persona a dormire in un letto-scultura di Calder,
così come era la sola a poter indossare orecchini-scultura
dello stesso artista. Una donna davvero eccezionale che,
aiutando, proteggendo e finanziando pittori e scultori, a
volte in modo determinante, ha guadagnato il suo spicchio di
immortalità proprio perché il suo nome rimane e rimarrà per
sempre legato indissolubilmente a molti di quegli artisti
che, senza di lei, non avrebbero probabilmente conosciuto
fortuna. Allo stesso modo, chiunque sia stato a Busseto, per
visitare i luoghi verdiani, oltre ad avere l’emozione di
entrare nel palazzo dove abitò Giuseppe Verdi, avrà avuto
l’opportunità di visitare anche casa Barezzi, il facoltoso
commerciante che finanziò gli studi del giovane Verdi
quando, ancora sconosciuto musicista alle prime armi, fu
bocciato all’esame di ammissione al Conservatorio di Milano.
Un altro grande mecenate che, avendo messo a disposizione
dell’artista i suoi mezzi economici, si è garantito il
diritto di essere per sempre ricordato nelle biografie del
Maestro come il suo più amato benefattore. Così, alla fine
della visita in quello che è considerato in Italia il museo
più importante per ciò che riguarda l’arte europea ed
americana della prima metà del ‘900, la collezione di Peggy
Guggenheim, o al termine della visita a casa Barezzi, viene
spontaneo chiedersi chi oggi potrebbe rivestire il ruolo di
mecenate. Certo per diventarlo ai livelli di Peggy
Guggenheim bisognerebbe essere come lei molto ricca, molto
intelligente, molto intraprendente, appassionata e intuitiva
e soprattutto avere la determinata intenzione di dedicarsi
al bello. Perché, in realtà, anche oggi ci sono fior di
imprenditori ricchi, intelligenti, intraprendenti, la
maggioranza dei quali però ha la sola ambizione di “fare
soldi” e sono così lontani dalla volontà di “produrre
bellezza” che piuttosto partecipano al devastante dilagare
di edilizia a buon mercato che poco ha a che fare con
architettura di qualità, o finanziano, nelle periferie delle
città, orribili centri commerciali che ingoiano persone e
portafogli. Lo spirito del mecenate è molto lontano dalle
logiche dell’immediato “ritorno economico”, ha piuttosto a
che fare con un investimento a lunghissimo termine con una
percentuale di rischio inversamente proporzionale alla
capacità di intuire quale sia l’occasione giusta e, nel
campo dell’arte, quale sia l’artista giusto su cui puntare.
Si capisce, quindi, come sia difficile oggi trovare qualcuno
che avendo grandi possibilità finanziarie, ma nessun talento
artistico, metta a disposizione una minima parte del
proprio capitale per sostenere chi invece di talento ne ha
da vendere ma non ha il becco di un quattrino. Difficile
leggere sui giornali nomi di grandi imprenditori legati ad
iniziative riguardanti il mondo dell’arte o degli artisti
emergenti, è più facile che quei nomi siano legati piuttosto
alla velina di turno o ai vari avvenimenti che danno una
immediata notorietà. E allora a tutti coloro che vorrebbero
vivere della propria arte non rimane che sperare che sia il
pubblico ad interessarsi al loro talento, che sia lo stato
a farsi carico del delicato compito del mecenate. Ed in
parte è così, guai se non lo fosse: pensiamo ai teatri che
senza il contributo statale chiuderebbero, pensiamo alle
innumerevoli stagioni liriche e concertistiche che in ogni
parte d’Italia non si potrebbero realizzare senza il
sostegno delle amministrazioni pubbliche. In mancanza di
iniziative coraggiose del privato che non ha la lungimiranza
di investire in “bellezza”, bisogna continuare a sperare che
le porte dei comuni, delle province e delle regioni
rimangano aperte per accogliere chi ha delle buone idee e
non riesce a realizzarle. Senza una giusta opportunità, il
talento di questo o quell’altro artista andrà sprecato
danneggiando non solo l’artista stesso ma anche l’intera
comunità che di quel talento non potrà godere. Marisa
Fortuzzi |