Ma non buttiamo la speranza di una vita d’amore
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Nel costatare come certi valori fondanti della società italiana – democrazia, libertà, uguaglianza, giustizia, lavoro, istruzione, sicurezza – siano attualmente oggetto di discussione animata, si è propensi a ritenere urgente e necessaria una revisione della Carta Costituzionale affinché, dopo una ragionata ed attenta opera di adeguamento all’evoluzione della società e alla modifica dei costumi, si pervenga alla stesura di nuove “tavole della legge” alle quali fare riferimento. Tengono banco, in questo inizio i legislatura, tantissimi problemi di ordine economico ed esistenziale ma quello della “democrazia” e, di conseguenza quello della partecipazione dei cittadini alla vita politica e al governo della nazione volteggiano sia nelle stanze dei ricchi che in quelle dei poveri. “Tutti i cittadini hanno diritto ad associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”, recita l’art. 49 della Costituzione, ma su tale asserzione vale la pena di ragionare un poco. I partiti sono la condizione essenziale del sistema democratico al quale sono indissolubilmente legati. Se i partiti scompaiono viene meno anche ogni forma di democrazia e, di conseguenza, ogni possibilità per il cittadino di partecipare alla gestione della cosa pubblica per la soluzione delle questioni, dei problemi di tutti e di ciascuno.  Con le ultime elezioni i partiti si sono velocemente allontanati dalla tradizionale capacità e possibilità di rappresentare valori e stili di vita e sono diventati semplici gruppi di potere che, per i propri interessi, nel giro di una notte hanno fatto e rifatto regolamenti e progetti cercando di avere sempre il vento in poppa. Tale situazione, paradossalmente, si è aggravata ancora di più per l’apatia dei nostalgici dei tempi che furono e per il folle attivismo di chi ha inseguito sogni irrealizzabili. Quanta distanza separa questi gruppi dai partiti dell’immediato dopoguerra! Allora, almeno, si chiedeva il voto per la guida della nazione o dei comuni avendo come riferimento  principi e valori consolidati che giammai, per costume e dignità degli uomini del tempo, sarebbero stati disattesi dagli eletti nel corso del mandato politico. Le assemblee di sezione, i congressi, i tesseramenti, servivano per individuare, ai vari livelli, i gruppi dirigenti con riferimento alle idee, alle convinzioni, alle capacità e meriti di ciascuno. Le pubbliche candidature erano scelte dai partiti su questi presupposti ed al momento del voto, la preferenza  chiudeva il processo individuando,dal basso, gli eletti. Ai nostri giorni dei partiti sono rimasti solo pezzi e frammenti alla deriva.  Questi relitti hanno l’unico punto di riferimento nel faccione del “padrone” che spende i soldi, fa proclami, si allea con Tizio o Caio secondo le convenienze del momento. Di fatto, sono diventati un prodotto industriale o un’intuizione commerciale di manager che organizzano il consenso per fini personali o “familiari” che occhiuti processi mediatici riescono a far passare per necessità o diritti collettivi. Con tali metodi, per usare le parole ed il significato dei versi di una nota canzone della Vanoni, la “democrazia  è finita”, i “partiti se ne vanno”e se c’è chi piange e si dispera, noi “non buttiamo via così la speranza di una vita d’amore”. Giulio Cesare Viva